L'ARTE PER HEGEL


Per quanto riguarda l’arte ne consegue anzitutto che la sua trattazione «scientifica» non può affatto ridursi alla considerazione storica o critica delle sue opere, ma deve cercare di intenderla come espressione del divino nell’apparenza sensibile. Perciò rimane esclusa o, quanto meno, fortemente limitata la nozione di «bello naturale» e soprattutto la tradizionale problematica dell’arte come «imitazione della natura». Nell’arte lo spirito cerca e trova sempre soltanto se stesso e, se c’è una realtà naturale che in qualche misura può essergli adeguata, è proprio la figura umana perché soltanto in essa lo spirito può avere la sua corporeità. Più precisamente l’essenza dell’arte è quella di essere «intuizione concreta e rappresentazione dello spirito assoluto in sé come dell’ideale». È questo il concetto ed il tema fondamentale della prima parte delle lezioni di Estetica, dove vale a definire il luogo e il senso dell’opera d’arte rispetto alla natura e allo spirito. La funzione dell’ideale artistico consiste infatti nel ricondurre l’esistenza esteriore allo spirituale, di fare dell’apparenza esterna una manifestazione che non giunge però alla universalità propria del pensiero, ma si concretizza in forma di «individualità vivente»; una vita, dunque, quella dell’opera d’arte del tutto peculiare, a proposito della quale Hegel si richiama alle espressioni di Schiller che, nella sua poesia L’ideale e la vita, contrappone alla realtà con i suoi dolori e le sue lotte «la bellezza di un calmo paese delle ombre»:

Tale regno delle ombre è l’ideale, gli spiriti che in esso appaiono sono morti all’esistenza immediata, distaccati dai bisogni naturali….ma d’altro canto l’ideale mette pure piede nella sensibilità e nella forma naturale di essa, però nello stesso tempo lo ritrae a sé insieme alla cerchia dell’esterno….Solo con ciò l’ideale se ne sta unito con se stesso nell’esteriore, liberamente poggiando su di sé, come sensibilmente in sé beato, di se stesso gioendo e godendo. Il suono di questa beatitudine echeggia per tutta l’apparenza dell’ideale, giacché, per quanto la forma esterna possa estendersi, l’anima dell’ideale non vi perde mai se stessa.
Per quanto alta e splendida sia questa beatitudine, questo equilibrio calmo e sereno tra interno e esterno, non per questo però l’arte giunge alla vera universalità o riesce ad esprimere adeguatamente il divino; per questo: «l’arte bella (come la religione che le è peculiare) ha il suo futuro nella religione vera. Il contenuto limitato dell’idea trapassa in sé e per sé nell’universalità che è identica con la forma infinita; - l’intuizione, il sapere immediato, legato alla sensibilità, trapassa nel sapere che si media in sé, in un’esistenza che è essa stessa il sapere, nella rivelazione».
L’arte ha dunque intrinsecamente una storia filosofica proprio per la funzione speculativa a cui deve adempiere e a cui, in effetti, ha adempiuto con le sue tre grandi «forme», quella simbolica, quella classica e quella romantica.
V. Verra Introduzione a Hegel

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