Claude Lévi-Strauss Tristi tropici

Spontaneamente o volutamente, mai ho potuto saperlo, aveva contribuito alla costituzione di una confraternita internazionale di superuomini, cinque o sei in tutto: lui stesso, Keyserling, Ladislas Reymond, Romain Rolland, e, voglio credere per un certo tempo, Einstein. La base del sistema era che, quando uno dei membri pubblicava un libro, gli altri, dispersi per il mondo, dovevano affrettarsi a salutarlo come una delle più alte manifestazioni del genio umano.

Ma quello che più commuoveva in Victor Margueritte, era la semplicità con la quale pretendeva riassumere in sé tutta la storia della letteratura francese. Questo gli era tanto più facile in quanto proveniva da un ambiente letterario: sua madre era cugina germana di Mallarmé; gli aneddoti, i ricordi erano il suo debole. Si parlava così a casa sua con familiarità di Zola, dei Goncourt, di Balzac, di Hugo come di zii o di nonni dei quali fosse stato incaricato di amministrare l’eredità. E quando esclamava con impazienza: «Dicono che non ho stile! E Balzac, dunque aveva forse dello stile?» sembrava un discendente di re che vuole giustificarsi di una delle sue scappate col temperamento bollente dell’antenato; temperamento celebre, che il comune mortale considera non come un tratto personale, ma come spiegazione ufficialmente riconosciuta di un grande sconvolgimento della storia contemporanea e che, con piacevole emozione, ritrova reincarnato. Altri scrittori hanno avuto più talento; ma pochi senza dubbio hanno saputo farsi con tanta grazia un concetto così aristocratico del loro mestiere.

Claude Lévi-Strauss Tristi tropici

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